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San Pietro Avellana - Rocchetta al Volturno - Montenero Valcocchiara

Panorama di San Pietro AvellanaSan Pietro Avellana sorge al limite del tratturo Celano-Foggia. L'altitudine è compresa tra i 740 metri della valle del fiume Sangro e i 1730 della vetta di Monte Capraro.

Il territorio è caratterizzato da estesi boschi e da una natura incontaminata; il centro abitato si presenta con un aspetto architettonico nuovo, in quanto distrutto da eventi geologici e bellici per ben tre volte, ma il suo cuore, per storia e tradizioni, è antico.

La presenza sannitica è testimoniata dalle fortificazioni, in tre circuiti murari, rilevate in località Monte Miglio, in prossimità della tratta Celano-Foggia. Antiche sono le tradizioni legate alla vita contadina del paese: attrezzi, oggetti vari e costumi d'epoca, insieme a frammenti scultorei, sono infatti custoditi nel Museo civico della Civiltà e del Costume d'Epoca, testimonianza tangibile della volontà del paese di recuperare e conservare la propria memoria.

Ancora tracce storiche ed artistiche sono visibili nel Complesso parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo, in stile romanico, con annessa Chiesa di Sant'Amico, che conserva strutture ed elementi architettonici del XIII sec. e la testa in argento del reliquiario del Santo (XV sec.). Nella Chiesetta di Sant'Amico, luccicante nei colori pesca chiaro e avorio, è il Glorioso dedicato al Santo. Da visitare, in un locale sacro ad essa attiguo, la bella esposizione di statue lignee, in gesso e in carta pesta, piccoli capolavori per lavorazione, colori ed espressività.

La gastronomia si basa prevalentemente su piatti di pasta fatta in casa e su carni di agnello e capretto. Tra le carni, la pecora alla brigante, marinata in vino rosso aromatizzato con salsa e rosmarino e cotta alla griglia, e la pezzata, carne di pecora cotta in una salsa di pomodoro, prezzemolo, rosmarino, cipolla e peperoncino. Si preparano anche gli abbuoti, involtini di interiora di agnello.

San Pietro Avellana si fregia del titolo di "città del tartufo". I tartufi si trovano su quasi tutto il territorio comunale. Sono soprattutto tartufi della varietà bianca pregiata e di quella nera estiva.

La stagione di raccolta del tartufo bianco (tuber magnatum) inizia a ottobre e termina a dicembre; in aprile inizia la raccolta del tartufo nero (scorzone estivo, tuber aestivum), che termina a fine agosto. Si trova anche, in modesta quantità, il tartufo marzuolo o bianchetto (tuber borchii). Con il tartufo si producono formaggi, salse, olio e burro tartufati. Tipici sono i burrini, sorta di piccoli cacio cavalli riempiti di burro tartufato.

 

Rocchetta a Volturno

Come gli altri centri della valle del Volturno, Rocchetta deve le sue origini alla colonizzazione operata dall'Abbazia di San Vincenzo. Il borgo fu abitato sin dal 1142 e i monaci vi esercitarono i diritti fino a tutto il XIV secolo. Nel 1415 ne risultano proprietari i D'Evoli, che ne furono privati dai Caldora, a loro volta estromessi dai Pandone alla metà del XV secolo.

Per alienazioni e successioni ereditarie, il feudo pervenne ai Quadrara, e poi ai Petra. Era dei De Matteis verso la metà del Seicento e dei Dattilo nel 1717. Da questi i diritti furono trasferiti ai duchi di Castellone e infine ai Battiloro, ultima casata a detenere il feudo prima dell'eversione della feudalità.

Il castello Battiloro si solleva sulla roccia con ingresso a Sud, sull'orlo di uno strapiombo; sulla destra la cortina muraria si ispessisce, formando una sorta di torre. Ha uno sviluppo a due piani, con vani piuttosto piccoli tra i quali la cucina con un enorme camino. La porta di accesso al giardino, sul lato Est, è sormontata sull'architrave da quel che resta di un’insegna nobiliare.

Suggestivo è il borgo di Rocchetta vecchia, bombardato durante la seconda guerra mondiale e distrutto successivamente da una frana.
Tra i carnevali italiani un posto di rilievo merita anche quello dell'Uomo Cervo, che ogni anno si tiene a Castelnuovo a Volturno, frazione di Rocchetta.

Lo spettacolo si svolge l'ultima domenica di carnevale: un uomo e una donna si travestono da Cervo e Cerva; indossano alcune pelli di capra, si tingono le mani, le braccia ed il volto di nero, quindi si legano intorno al corpo dei campanacci. L'Uomo Cervo porta scompiglio tra la gente che, a propria difesa, chiama in causa Martino, un altro personaggio il cui ruolo è quello di dare la caccia, catturare e rendere innocuo il Cervo.

Il popolo allora decreta la condanna a morte dell'uomo-animale e della sua compagna che, compreso il pericolo, cercano riparo nella fuga.
Il Cacciatore però inforca il fucile e spara, eseguendo la condanna. I cervi, ansimando, stramazzano a terra, ma il Cacciatore si avvicina ai due, si inginocchia e soffia nell'orecchio dei due animali.

Questi, per effetto del soffio, tornano in vita completamente placati e, lanciato l'ultimo bramito, si avviano verso la montagna.

 

Montenero Val Cocchiara

Il Rodeo PentroIl termine Montenero deriva probabilmente dalle folte boscaglie che nascevano nel territorio e che, ricoprendo il monte, gli conferivano un aspetto forse un pò tetro.

L'aggiunta di "Val Cocchiara" si ha in tempi successivi, e come per molti altri comuni, aveva la finalità di distinguerlo da centri che avevano nomi consimili, quali Montenero di Bisaccia, Montenerodomo (Chieti) e Montenero in Sabina (Perugia). Il "Chronicon Volturnense" narra quello che è l'episodio più antico legato a Montenero e risalente al X secolo quando il Comune era di competenza dell'Abbazia di San Vincenzo al Volturno.

Gli stessi benedettini lo diedero poi in suffeudo ai Filangieri, ma ad essi fu usurpato dai Borrello che si impossessarono del feudo nel 1064. La suddetta famiglia lo tenne per tutto il periodo svevo, per esserne poi privata agli inizi della monarchia angioina.

Montenero Val Cocchiara è sicuramente sinonimo di natura selvaggia ed incontaminata, caratteristica che rende il suo territorio un unicum non solo nella Comunità Montana del Volturno. Il Cavallo Pentro, razza equina locale, vive allo stato brado nell'area del "Pantano".

Quest'ultimo rappresenta uno degli ecosistemi palustri più importanti dell'Italia centro-meridionale costituito da una immensa prateria di oltre 500 ettari che durante la cattiva stagione risulta parzialmente allagata e che un tempo era coltivata a torbiera. L'appuntamento annuale, per gli appassionati di cavalli che a migliaia raggiungono questa specie di paradiso terrestre popolato, oltre che da cavalli, da cervi, lupi e orsi, è il "Rodeo Pentro", che si svolge generalmente nella prima quindicina del mese di agosto.

Durante la manifestazione si può assistere a una gara di doma di puledri semiselvaggi e alla famosa "cavalcata pentra", spettacolare spostamento al galoppo di centinaia di cavalli bradi.

Anche la flora presenta una particolarità: un tipo di salice, rarissimo in Italia, probabilmente residuo dell'età Quaternaria. Senza parlare dei boschi cedui che circondano la vallata e che ospitano cervi, cinghiali e, sempre con maggiore frequenza, l'orso bruno marsicano.

Percorsi turistici per cavalli e trekking si estendono per molti chilometri nei boschi che circondano la valle.
 

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